Skip to Sidebar Skip to Content

Che cos’è un Brand? A-Style, un simbolo diventato cultura prima di essere un marchio

Che cos’è un Brand? A-Style, un simbolo diventato cultura prima di essere un marchio

Che cos’è davvero un brand?

Un nome? Un prodotto? Un’azienda? Un fatturato? Una campagna pubblicitaria?Forse nessuna di queste cose.

La storia di A-Style suggerisce una risposta diversa: un brand nasce davvero quando un simbolo, un’idea o un linguaggio smettono di appartenere soltanto a chi li ha creati e cominciano ad appartenere alle persone.

Nel caso di A-Style è successo qualcosa di ancora più insolito: prima è nato il simbolo. Poi la comunità. Poi il fenomeno. E soltanto dopo è arrivato il prodotto.

Prima del brand c’era una A

All’inizio non c’era un’azienda di moda. Non c’era una collezione, non c’era un piano marketing, non c’era una strategia di comunicazione.

C’era una A.

Una A modificata da due semplici punti, disegnata da menel 1990. Un segno elementare e immediatamente riconoscibile, sufficientemente ambiguo da permettere a qualcuno di vederci qualcosa di diverso.

Per anni quel simbolo rimane sostanzialmente privato. Poi comincia a circolare tra amici legati dal surf, dallo snowboard, dal mare e, soprattutto, da un certo modo di intendere la libertà. Compare sulle tavole, sui furgoni, negli adesivi.

Non vende niente.

Ed è proprio questo il punto.

Prima di rappresentare un prodotto, la A rappresenta un’appartenenza.

Un simbolo senza spiegazioni

Quando gli adesivi iniziano ad apparire sui semafori di Milano accade qualcosa che oggi sarebbe difficilissimo riprodurre artificialmente.

Non c’è un QR code.

Non c’è un sito o un social da visitare.

Non c’è scritto il nome dell’azienda.

Non c’è neppure un prodotto da comprare.

C’è soltanto quel segno.

Le persone lo vedono, lo riconoscono, ne parlano. Qualcuno lo trova ironico, qualcuno provocatorio, qualcuno scandaloso. Altri semplicemente vogliono sapere che cosa significhi.

Quello che anni dopo verrà definito guerrilla marketing nasce in realtà senza una vera campagna da promuovere. La città diventa il mezzo di comunicazione e la curiosità delle persone diventa il motore della diffusione.

A-Style diventa riconoscibile prima ancora che il pubblico sappia come si chiami.

È probabilmente questo l’aspetto più interessante della sua storia.

Normalmente un’azienda crea un prodotto, gli attribuisce un nome, costruisce un’identità visiva e investe denaro affinché le persone imparino a riconoscerla. A-Style percorre la strada opposta.

Prima viene riconosciuto.

Poi riceve un nome.

Infine diventa un prodotto.

Quando le persone chiedono il prodotto

A un certo punto succede qualcosa di decisivo. Quel simbolo che le persone vedono per strada comincia a essere desiderato. Non perché qualcuno abbia spiegato le caratteristiche di una maglietta, la qualità di un tessuto o il posizionamento di una collezione.

Le persone vogliono indossare la A.

Ed è qui che nasce veramente A-Style come marchio commerciale. Le T-shirt non inventano il fenomeno. Lo rendono indossabile. Il prodotto diventa il supporto fisico di qualcosa che esiste già.

Questo rovesciamento aiuta forse a capire la differenza tra un marchio e un brand.

Un marchio può essere registrato.

Un prodotto può essere fabbricato.

Una campagna può essere acquistata.

Una cultura, invece, deve essere adottata.

Dalla strada al mercato

Quando A-Style entra nel mercato, quindi, non parte da zero.

Porta con sé un patrimonio che normalmente le aziende cercano di costruire dopo anni di investimenti: riconoscibilità, conversazione, appartenenza e una storia.

Da Milano il fenomeno si espande. Arrivano l’abbigliamento, gli accessori, la distribuzione internazionale, le licenze, gli eventi, il MotoGP, le collaborazioni e le sponsorizzazioni.

Il simbolo nato senza un prodotto finisce sui prodotti di un’azienda diventatando internazionale.

Ma il principio rimane lo stesso.

Il valore non è nell’oggetto sul quale compare la A. Il valore è nella A che trasforma quell’oggetto, qualsiasi esso sia. 

Ed è probabilmente per questo che la storia di A-Style non può essere letta soltanto come la storia di un’azienda di abbigliamento degli anni Duemila.

Quando un logo diventa cultura

Un logo è un elemento grafico, mentre un simbolo è qualcosa di diverso.

Funziona anche senza spiegazioni.

Può essere riconosciuto da lontano, ridisegnato, imitato, fotografato, discusso, amato o detestato.

Soprattutto, può uscire dal controllo di chi lo ha creato.

Ed è esattamente ciò che accadde alla A.

La gente iniziò a fotografarla, riprodurla, cercarla, indossarla. Le scuole arrivarono a vietarla. I giornali ne parlarono. La sua presunta oscenità diventò materia di discussione e perfino di controversie giudiziarie.

Ogni tentativo di spiegare, censurare o contestare quel simbolo finiva paradossalmente per renderlo ancora più riconoscibile.

A quel punto A-Style non era più soltanto ciò che il suo autore aveva deciso che fosse.

Era diventato ciò che le persone vedevano dentro quel segno.

Ed è forse questo il momento preciso in cui un brand entra nella cultura.

Il paradosso di A-Style

Negli anni successivi A-Style conosce il successo commerciale, l’espansione internazionale e poi anche i problemi tipici di un marchio diventato grande: contraffazioni, mercato parallelo, conflitti, parassiti e progressiva perdita di controllo. 

Ma proprio questa parte della storia rende ancora più evidente il paradosso.

Si può fermare la produzione di un prodotto.

Si può interrompere una distribuzione.

Si può chiudere un’azienda.

È molto più difficile spegnere un simbolo che le persone ricordano.

A distanza di anni, basta mostrare quella A gialla con due punti perché un’intera generazione sappia ancora riconoscerla.

Il prodotto può scomparire dagli scaffali.

Il simbolo rimane nella memoria.

E allora: che cos’è un brand?

Forse un brand non è ciò che un’azienda dice di essere. È ciò che rimane nella testa delle persone quando l’azienda smette di parlare.  

È il significato che una comunità attribuisce a un simbolo.

È il momento in cui qualcuno decide spontaneamente di indossarlo, raccontarlo, fotografarlo, difenderlo, criticarlo o reinterpretarlo.

Da questo punto di vista, A-Style rappresenta un caso particolarmente raro.

Non è diventato un simbolo perché era un brand.
È diventato un brand perché era già un simbolo.

Ed è proprio da qui che un brand può sempre ripartire.

Non cercando di ricostruire semplicemente un marchio di abbigliamento del passato, né tentando di replicare nostalgicamente gli anni Duemila.

Ma tornando al principio da cui tutto era cominciato.

Un segno.

Un’idea.

Una comunità.

E il prodotto nuovamente inteso per quello che era all’origine: un mezzo attraverso il quale far viaggiare quel simbolo.

Perché i prodotti cambiano.

Le mode passano.

Ma quando un simbolo riesce davvero a entrare nella cultura, può sopravvivere persino al mercato che lo ha generato.

Ed è forse questa la differenza più semplice tra avere un marchio e avere un brand.

Marco Bruns Marco Bruns
Imprenditore, fondatore di A-Style, brand diventato celebre come caso iconic di guerrilla marketing nel mondo. Partendo da un puro logo, ha creato un vero marchio internazionale, capace di arrivare sponsorizzare il MotoGP e figure come Lionel Messi

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi articoli aggiuntivi scritti dai nostri Leader